lunedì 28 gennaio 2013

L'altra faccia dei totalitarismi: l'arte a servizio del regime

Quando si parla di totalitarismo, tutti ci riferiamo agli avvenimenti storici e alle circostanze che hanno fatto in modo che si sviluppasse il fenomeno, con i suoi pro e i suoi contro, ma raramente ci si ferma a pensare e ad allargare la riflessione in altri ambiti. Con questo intervento, voglio presentarvi una nuova faccia della dittatura del XX secolo, una faccia che si intreccia con il filo rosso che lega tutti gli argomenti dei nostri articoli: l'arte e la cultura. Oggi, in particolare, un tipo di arte che si diventa manifesto di una precisa ideologia e testimonianza di un nuovo ideale di nazione forte e invincibile.
Nel caso della dittatura nazista, ricordiamo il ministro della propaganda Goebbels, "braccio destro" di Hitler e promotore dell'ideologia nazista. 
Nel 1933 Goebbels dichiarò di voler ripristinare i puri e autentici valori di un’arte tedesca e venne promossa una produzione figurativa culminata nella mostra del 1937 a Monaco. Dominavano i generi tradizionali: ritratti, nature morte, paesaggi e le immagini dovevano trasmettere i supremi ideali della nuova concezione ideologica del nazismo. Si propugnò il ritorno alla campagna con bucoliche scene campestri, si esaltò la guerra con rappresentazioni belliche, ma soprattutto l’uomo nuovo nazista fu riprodotto esaltandone i 
tratti somatici: donne bionde dagli occhi azzurri, bambini sani e sorridenti.
"L'Uomo Nuovo" secondo l'ideale nazista
In campo architettonico la committenza dello stato incrementò la produzione di edifici di rappresentanza e di autostrade soprattutto per favorire l’economia di guerra.
L’architettura ebbe un ruolo importante nell’esaltazione del potere perché mostrava sia indirettamente che direttamente l’ideologia del regime. Si ricordi Albert Speer, autore degli immensi spazi per le manifestazioni di Norimberga e per i progetti incompiuti della grande e monumentale Berlino.
Raduno nazista a Norimberga
Cambiando fronte e spostandoci a est, troviamo invece il grande impero comunista russo, guidato prima da Lenin e poi da Stalin. Entrambi i personaggi furono di grande rilevanza per il panorama sovietico del periodo: il primo si impose dopo le rivoluzioni del 1917, mentre il secondo applicò nell’immenso stato il processo di “russificazione”.
Nella nascente Russia sovietica, governo e artisti più intransigenti erano convinti che l’arte dovesse essere rigidamente subordinata alle necessità politiche e ideologiche del partito-Stato, cioè trasformarsi in un efficace strumento di educazione delle masse e costruzione del consenso intorno alla rivoluzione e ai suoi obiettivi. 
Non a caso, negli anni ‘30, la trasformazione urbanistica di Mosca divenne uno dei veicoli più eloquenti della propaganda staliniana.
Palazzo dei Soviet- modello
Nel 1931, venne abbattuta l’imponente cattedrale di Cristo Salvatore (simbolo dello zarismo e della Chiesa ortodossa) poiché Stalin volle sostituirvi un Palazzo dei Soviet di dimensioni ciclopiche: la sua mole, infatti, avrebbe dovuto essere sei volte quella dell’empire State Building e portare sulla propria cima una enorme statua di Lenin Questo tempio della nuova religione politica non fu mai eretto a causa dell’inadattabilità del terreno. 
Disegni con commenti di Stalin
I progetti di Stalin, allora, si indirizzarono allora verso la metropolitana della capitale, impresa che rese un effettivo servizio a una città in piena espansione, ma che ebbe anche una straordinaria funzione ideologica, dal momento che le stazioni più importanti erano abbellite da affreschi o mosaici che celebravano la rivoluzione e i suoi trionfi.
A tutti gli artisti, definiti da Stalin “ingegneri di anime” fu imposto un canone estetico ben preciso, che ricevette il nome di Realismo Socialista. Romanzi, manifesti e quadri dovevano esprimere ottimismo e presentare l’URSS come il “paese più felice del mondo”, all’interno del quale ciascun lavoratore offre con gioia ed entusiasmo il suo contributo all’edificazione del socialismo-stalinismo. 

Ora, a voi lettori lascio il gusto di trarre le vostre conclusioni, lasciandovi con un piccolo spunto di riflessione: non vi pare che i due totalitarismi apparentemente così tanto diversi abbiano poi così tante somiglianze?


Con l'occasione, lascio anche un piccolo pensiero in occasione della Giornata della Memoria, 27 Gennaio.
Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale”.Hannah Arendt (1906-1975), “La banalità del male”
 -Federica.


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